Emissioni navali: per l’IMO vi è ancora una forte distanza tra i vari paesi su questo tema

Pronta la bozza della strategia per ridurre le emissioni navali a livello globale. Il testo è stato redatto la scorsa settimana da un gruppo di lavoro dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO) e dovrà essere ora finalizzato dal Comitato per la protezione dell’ambiente marino (MEPC -Marine Environment Protection Committee), il braccio “ambientale” della convenzione ONU.

Il Mepc è riunito da ieri a Londra per il suo 72esimo vertice annuale, con l’obiettivo di definire l’impegno del trasporto marittimo nei confronti di gas serra e inquinamenti. Nella capitale britannica i rappresentanti dei 173 Stati membri dell’IMO avranno una settimana di tempo per fare quello che i negoziatori climatici della COP21 fecero nel 2015 a Parigi: trovare un punto d’accordo sul taglio delle emissioni. E come per il vertice sul climate change, l’intesa che si cerca è una di quelle “senza fretta”: l’impegno, fosse anche trovato e ratificato quest’anno, non entrerà in vigore prima del 2023. Una tabella di marcia obbligatoriamente diluita nel tempo visto le molteplici divisioni interne al Comitato, che fanno intravedere un percorso a ostacoli simile a quello vissuto dalla convezione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC)

Nonostante le premesse, la riduzione della CO2 del comparto marittimo (oggi fuori dall’accordo sul clima di Parigi, assieme all’aviazione) è uno dei temi più urgenti sul tavolo dell’IMO. Il settore è responsabile del 2,2% dei gas serra mondiali e si prevede che il suo peso aumenterà in maniera incontrollata nei prossimi anni.

La bozza di strategia su cui si discuterà a Londra prevede di ridurre le emissioni totali di gas a effetto serra “di almeno il 50% entro il 2050” rispetto ai livelli del 2008. “Sebbene il progetto sulle emissioni dell’IMO rappresenti un passo positivo nell’affrontare il contributo del trasporto marittimo internazionale ai cambiamenti climatici, non è sufficiente a guidare gli investimenti necessari nelle soluzioni pulite”, spiega Aoife O’Leary, analista di Environmental Defense Fund. “Molti paesi, compresi gli Stati membri dell’UE e i piccoli stati insulari in via di sviluppo, i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, vorrebbero vedere un obiettivo di riduzione delle emissioni navali in linea con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, il che significherebbe un taglio del 70-100% entro il 2050”.

E mentre Bruxelles minaccia di inserire il comparto marittimo nel suo mercato del carbonio in caso accordo insoddisfacente, David Paul, ministro dell’ambiente delle Isole Marshall, ricorda pubblicamente che non appoggerà alcun accordo che non sia in linea con l’obiettivo dell’accordo di Parigi. Una precisazione non da poco per uno Stato che ospita il secondo più grande registro navale, e che possiede dunque un peso rilevante all’interno dei negoziati.

Ma Paul si dovrà scontrare contro il muro creato Brasile, Arabia Saudita, India, Panama e Argentina e guidato del Giappone, che presiede anche i colloqui di questa settimana, poco propensi ad ambiziosi impegni.

“Solo perché la spedizione non è legalmente soggetta alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici o all’Accordo di Parigi, non significa che non abbia l’obbligo di agire”, ha ricordato in una conferenza stampa di venerdì Christiana Figueres, ex capo della segreteria ONU per i cambiamenti climatici. “Se [il settore nautico] fosse un paese sarebbe il sesto emettitore più grande al mondo”.

 

fonte: Rinnovabili.it

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